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 IL TRAPIANTO DELLA CARTILAGINE

Oggi sono disponibili diverse terapie per curare una lesione cartilaginea, che vanno scelte in funzione del quadro clinico (estensione e profondità del danno, posizione del danno, condizioni dell’articolazione, età) e delle Sue esigenze. Il trapianto autologo di condrociti su tessuto bio ingegnerizzato è una tecnica innovativa ed efficace che determina la rigenerazione della cartilagine danneggiata tramite il trapianto di cellule cartilaginee autologhe (Lei sarà il donatore ed il ricevente). Questo documento Le spiegherà in cosa consiste tale tecnica.

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L’anatomia del ginocchio

Per comprendere meglio cosa significa avere un danno alla cartilagine articolare, è importante capire prima come è fatta l’articolazione del ginocchio.

Il ginocchio è un’articolazione formata da tre ossa: il femore (superiormente), la tibia (inferiormente) e la rotula (al centro, sopra il femore) (Fig.1).

Queste ossa sono tenute insieme dai legamenti (crociati e laterali) che hanno la funzione di stabilizzare l’articolazione.

All’interno dell’articolazione, fra femore e tibia sono interposti due menischi a forma di anello. La loro presenza è fondamentale per attutire gli urti durante il movimento.

Infine le estremità di femore, tibia e rotula sono ricoperte dalla cartilagine articolare, una superficie liscia di rivestimento dall’aspetto vetroso (chiamata cartilagine ialina). Essa evita l’attrito tra le ossa quando la gamba si muove.

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IL TRAPIANTO CON CONDROCITI

Trapianto autologo di condrociti (tecnica ACI – Autologous Condrocyte Implantation): tale metodica consiste nella somministrazione nel sito della lesione di un liquido nel quale sono sospesi i condrociti del paziente moltiplicati in laboratorio (meglio definiti condrociti autologhi). Al fine di mantenere le cellule nella lesione è necessario applicare una pellicola, chiamata periostio, che viene prelevata dalla superficie della tibia e che viene cucita alla cartilagine sana, formando una “tasca” a tenuta ermetica. Tale tecnica operatoria tuttavia è piuttosto complessa e non può essere fatta in artroscopia;

tecniche ACI di “seconda generazione”: sono state sviluppate con l’intento di migliorare la tecnica ACI e prevedono l’utilizzo dei condrociti del paziente moltiplicati in laboratorio su una “impalcatura” tridimensionale (biomateriale), appositamente progettata per consentire la crescita delle cellule e per semplificare la loro applicazione nella zona lesionata della cartilagine. Questa impalcatura è costituita da un biomateriale biocompatibile e biodegradabile. Queste nuove tecniche, dal momento che i condrociti vengono applicati in forma solida, non richiedono l’utilizzo del periostio per mantenere le cellule nella sede della lesione e quindi l’intervento chirurgico è più semplice.

Le tecniche di trapianto autologo di condrociti di prima e di seconda generazione hanno come obiettivo quello di rigenerare la cartilagine articolare, non solo di ripararla. In questo modo è possibile restituire al paziente la piena capacità di muovere l’articolazione senza accusare dolore e prevenire l’ulteriore degenerazione tessutale.

E’ importante comunque sottolineare che, in base alle caratteristiche della lesione cartilaginea e alle aspettative del paziente, ognuna delle tecniche sopra citate può dimostrarsi efficace. Sarà il medico a giudicare quale trattamento è il più indicato.

I prodotti di seconda generazione sono stati introdotti nella pratica clinica nel 2000 e sono indicati in pazienti da 18 a 45 anni d’età per il trattamento di lesioni cartilaginee  di origine traumatica o conseguenti ad instabilità o carico anomalo del ginocchio o dovute ad una particolare patologia chiamata osteocondrite dissecante. 

   Le proprietà biologiche e fisiche del biomateriale utilizzato come supporto per la crescita dei condrociti sono molto importanti, perché influenzano le capacità rigenerative della cartilagine ingegnerizzata.

Il biomateriale presente è dotato di proprietà uniche, in quanto:

  è a base di acido ialuronico, un componente naturale della cartilagine e quindi è perfettamente biocompatibile e viene riassorbito dall’organismo entro circa 3 mesi dall’applicazione;

  ha caratteristiche chimico-fisiche ottimali per favorire la crescita dei condrociti, come accade nella cartilagine articolare nativa;

  è maneggevole per il chirurgo e facilmente applicabile nel sito del difetto cartilagineo.

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LA BIOPSIA

Il primo passo consiste nel prelievo di un piccolo frammento di cartilagine (biopsia), da una zona del ginocchio non sottoposta al peso corporeo.

Qualora sia necessario effettuare eventuali altri trattamenti chirurgici che coinvolgano le altre parti dell’articolazione del ginocchio, ad esempio le ossa, i legamenti od i menischi, è possibile effettuare il prelievo bioptico in concomitanza a tali interventi, cioè nella stessa seduta chirurgica.

Il medico, attraverso una piccolissima incisione, fatta in anestesia locale, introduce nel ginocchio un artroscopio, una sonda dotata di fibre ottiche, che permette di verificare con precisione l’entità della lesione. In questa stessa seduta, il chirurgo preleva la biopsia.

Per motivi di sicurezza, viene richiesto un esame del sangue per determinare l’eventuale positività all’Epatite B o C e all’HIV, informazione che resterà assolutamente riservata.

Alla biopsia viene assegnato un codice e questo garantisce la riservatezza dei dati personali, impedendo al personale del laboratorio di conoscere l’identità del paziente. Essa viene spedita con un corriere speciale ai laboratori FAB ed all’arrivo è subito trattata per isolare e moltiplicare i condrociti.

Le cellule vengono poi seminate sul biomateriale dove continuano il processo di moltiplicazione ed iniziano a formare la nuova cartilagine.

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L’IMPIANTO

Dopo circa quattro settimane, il prodotto è pronto per essere riconsegnato al Reparto Ospedaliero. Il medico ricontatterà il paziente per concordare con lui la data più opportuna per l’intervento di applicazione.

L’intervento chirurgico è estremamente semplice e veloce (circa 20-30 minuti) ed è solitamente poco invasivo per il paziente, poiché viene effettuato in mini-artrotomia o in artroscopia. La modalità di applicazione viene scelta dal chirurgo sulla base della grandezza e della posizione della lesione.

Impianto in mini-artrotomia.

Le varie fasi dell’intervento in mini-artrotomia sono le seguenti:

1.  Preparazione del sito di innesto: viene effettuata dal chirurgo una mini-artrotomia (un taglio di circa 6 cm) che consente l’accesso al difetto e la rimozione della cartilagine danneggiata.

2.  Preparazione: il chirurgo misura la dimensione del difetto e ritaglia una porzione di Hyalograft® C di uguali dimensioni che si adatti e riempia perfettamente l’area del difetto.

3.  Posizionamento: il biomateriale viene adagiato delicatamente sul difetto cartilagineo.

Grazie alle sue proprietà bioadesive, esso permane nel sito d’innesto anche durante i movimenti di flessione ed estensione del ginocchio.

Impianto in artroscopia:

Le varie fasi dell’intervento in artroscopia sono le seguenti:

1. Tramite una cannula il chirurgo crea l’accesso alla lesione cartilaginea e ne misura le dimensioni (fig. 5a).

2. Si procede quindi alla preparazione della zona da trattare, rimuovendo i frammenti di cartilagine degenerata. La preparazione del difetto viene effettuata in modo da creare l’area circolare prestabilita con margini ben definiti adatti a ricevere l’innesto (fig. 5b).

3. Viene ritagliata una porzione circolare che si adatterà perfettamente al difetto preparato (fig. 5c).

4. Il biomateriale viene posizionato nella zona da trattare (fig. 5d).

L’intera procedura viene ripetuta fino a che tutta l’area danneggiata non è stata completamente coperta.

Poi il ginocchio viene mosso ripetutamente per controllare che l’innesto rimanga ben adeso al sito del difetto.

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